Senza la riforma Nazionale il gioco d’azzardo andrà in crisi

riformare il gioco azzardo oppure ci sara crisi

Ogni tanto nel mondo del gioco pubblico, migliori siti casino compresi, si riaffacciano questioni trite e ritrite di cui si sono esaminate tutte le diverse sfaccettature e gli anfratti più nascosti: sulla questione territoriale, per esempio, si sono sciorinati negli anni fiumi di parole ed ancora se ne sta parlando. Anche della vecchissima e famigerata “tassa dei 500 milioni” si è discusso tanto, ma è tornata di nuovo alla ribalta dopo un recentissimo parere del Consiglio di Stato che, proprio non più di una settimana fa, ha fatto parlare parecchio di sé con due pronunce dissimili su di un medesimo argomento, diverso dalla “tassa”, pronunce diametralmente opposte nella motivazione. Lo stesso Consiglio di Stato, invece, in relazione appunto alla vecchia diatriba sulla tassa dei 500 milioni imposta ai concessionari di gioco, negli ultimi giorni ha “passato la patata bollente” alla Corte di Giustizia Europea, affinché chiarisca la questione e lo sollevi dai dubbi, riaffermando l’applicazione del principio “di legittimo affidamento”: questioni prettamente legali che si “vogliono soltanto sfiorare” mentre, invece, sulla famigerata tassa si vorrebbero ancora spendere alcune parole.

Infatti, la Corte di Giustizia Europea si dovrebbe esprimere sui ricorsi presentati dai concessionari che operano con le slot machine e le Vlt contro la famosa tassa e dovrebbe chiarire ciò che il CdS le ha inoltrato e che solleva dubbi di compatibilità con il diritto dell’Unione Europea ed i principi di diritto su cui valutare i rapporti tra Stato e settore del gioco pubblico. Proprio per questo “chiarimento” è evidente che le associazioni di categoria stiano molto attente: sopratutto As.tro, i cui iscritti, pur avendo ritenuto la famosa tassa illegittima, hanno onorato la richiesta sottolineando la propria fedeltà allo Stato e dimostrando un alto senso di responsabilità. E nonostante il rispondere alla richiesta economica enorme dello Stato abbia provocato danni ingenti, poiché il gioco pubblico negli ultimi anni non ha avuto vita facile anche per responsabilità dello stesso Stato che non ha affatto tutelato le “sue Riserve”.

Infatti, non bisognerebbe mai dimenticare che negli ultimi anni i vari Esecutivi hanno tenuto nei confronti del mondo del gioco pubblico un atteggiamento condito da una pesante dose di ideologia accompagnata ad altrettanta superficialità che ha scaturito “comportamenti punitivi” nei confronti del settore. Provvedimenti sopratutto dovuti a “bisogni statali di cassa” che hanno spinto sempre verso aumenti di tassazione assolutamente scomposti: come appunto quella famigerata tassa dei 500 milioni imposta al gioco pubblico dalla Legge di Stabilità del 2015 per mere questioni appunto di cassa. D’altra parte, i vari Esecutivi nel tempo si sono resi ben conto di “quanto potesse produrre” il gioco d’azzardo in tassazione e si sono comportati di conseguenza, traendo dal mercato ludico la certezza di avere risorse “in breve tempo e di importi rilevanti”: come è di fatto accaduto e senza che ci si sia soffermati più di tanto a pensare, invece, ad una revisione totale dell’intero comparto, oppure ad una revisione dei rapporti tra Stato e gioco pubblico.

Già “nel lontano 2015” si sarebbero dovute mettere le basi per un riordino nazionale del gioco, che avrebbe consentito di avere ancora più risorse dal settore: invece, si è scelta la strada più conveniente della tassazione con l’imposizione della famigerata tassa dei 500 milioni che fa ancora discutere oggi, nonostante parte di essa sia stata versata dagli operatori del settore ludico. Era una tassa emessa dall’allora Governo Renzi come una tantum, dettata senza guardare il regime fiscale in vigore, ma soffermandosi esclusivamente sulla raccolta generata dal gioco e dalle scommesse, e per fronteggiare le spese correnti dello Stato: strada più percorribile per fare presto e raccogliere introiti certi. Quella stessa tassa, però, ha creato un grande scompiglio tra gli interpreti della filiera, nonché un contenzioso che tutt’oggi si trascina per trovare un’equa ripartizione degli importi: ma che ha creato anche attriti tra gli operatori e lo Stato per una tassa ritenuta illegittima, sotto i punti di vista della forma e della sostanza.

Invece, nello svolgimento dei vari ricorsi, i Tribunali ritenevano che il versamento fosse dovuto: ma non il CdS che ha pensato di richiedere lumi alla Corte Europea, sollevando i propri dubbi sulla legittimità relativamente al principio previsto dal diritto europeo e sancito dalle concessioni a mezzo delle quali viene gestito il mercato del gioco pubblico. Per chiarire “banalmente” tale principio, si può specificare che la tassa imposta doveva essere richiesta per la presenza di “motivi imperativi di interesse generale”, ma non per le esigenze di cassa come richiesto dal Governo Renzi. Questo è evidente che oggi diventa fondamentale se affermato nella decisione della Corte di Giustizia Europea, tenendo anche in debito conto che gran parte degli operatori ha già versato la propria quota: infatti, tale giudizio se non utile per il pregresso potrebbe, invece, diventare essenziale per il futuro dell’intero gioco pubblico e non solo per gli apparecchi da intrattenimento, poiché il “principio di affidamento in concessione” nel nostro Paese riguarda ogni singolo segmento del gioco.

Ma che cosa si evince dagli interventi del CdS e della Corte Europea? Senz’altro, una cosa importante: cioè che il CdS attribuisce sempre più frequentemente valore al diritto europeo, seppur affrontando tematiche legate a questioni interne al nostro Paese: questa tendenza potrebbe anche portare novità in materia di giochi. Il gioco pubblico da anni è attaccato dalla “Questione Territoriale” alla quale si è aggiunto, purtroppo, il divieto della pubblicità inserito nel Decreto Dignità con restrizioni che violano apertamente le varie raccomandazioni della Commissione Europea che invitavano a “vietato vietare”, mentre il nostro Paese nel gioco ha vietato l’inimmaginabile. E la “predilezione” ai dettami del diritto europeo potrebbe anche “obbligare” l’Esecutivo ad attuare quella riforma nazionale del gioco pubblico che aspetta da troppo tempo, invece che nascondersi dietro artifici legislativi messi in campo per evitare la stessa riforma. Potrebbe davvero essere arrivato il momento di dare sostenibilità a tutta l’ industria del gioco che, se ben riordinata, potrebbe dimostrarsi “portatore sano” di parecchie risorse economiche di cui lo Stato centrale, oggi, ha particolare bisogno. Ed un’industria che è risultata alquanto “scomoda” per gli Esecutivi, ma anche tanto proficua!

Settembre 19, 2020: •
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